Mafia, arriva il Carnevale

“Spero che non avrai la pretesa di lasciare qualcosa ai posteri. I posteri in Italia non ci sono per il semplice motivo che non ci sono nemmeno gli antenati. In Italia ci sono soltanto i contemporanei, e tutto comincia e finisce con loro”.
Questa fu la definizione dell’Italia che un Indro Montanelli venticinquenne sentiva con aria dubbiosa dalla viva voce di Ugo Ojetti, uno dei cinque, sei maestri che il giornalismo italiano può vantarsi d’aver avuto. Il maggior errore che si può commettere per chi esercita questo nostro mestiere, è quello di dimenticare, di volta in volta. Questo difetto potrebbe sciupare le nostre qualità e i nostri compiti che non sono quelli di raccontare “dei fatti” ma bensì quelli di raccontare “i fatti”, per dirla con Carmelo Bene.
In questi giorni vediamo come tutti i giornalisti sia della carta stampata sia della televisione riferiscono “dei fatti”, e cioè che il famoso “” (o meglio la fotocopia d’esso) è stato consegnato ai pubblici ministeri di Palermo da Massimo figlio di Vito, ex sindaco mafioso di Palermo, che a suo dire, avrebbe consegnato al colonnello dei carabinieri del Ros Mario Mori. Il papello (o papellu) è “un biglietto lungo e circostanziato, una lettera, un ricorso, un rapporto disciplinare” secondo il vocabolario siciliano. Papello è entrato poi nel linguaggio allusivo metaforico della , è il “messaggio per dare ordini, fare minacce, imporre strategie”.
E il famoso papello conteneva le richieste dei Corleonesi allo Stato per fermare le stragi in Sicilia e in Italia. Era il 1992 era l’Italia di “Mani pulite”, era l’Italia che si svegliava da un obnubilamento senile, era l’Italia che vedeva rovesciati e imputati i massimi dirigenti dei partiti politici che ci avevano governato per mezzo secolo. La mafia s’era affacciata a questi nuovi eventi a suo modo, ossia con le stragi.
Il 12 marzo del 1992, dopo nemmeno un mese dall’inizio di tangentopoli e cioè dall’arresto di Mario Chiesa il quale fece da detonatore all’intera vicenda giudiziaria, la mafia uccise Salvo Lima notabile democristiano di vecchia militanza e di collaudata fedeltà ad Andreotti.
Non si conoscono esattamente le motivazioni che spinsero due mafiosi a commettere l’omicidio nella villa di Mondello da dove il palermitano stava per recarsi a lavoro. Tra i più, diedero all’episodio il significato non d’una vendetta di mafia contro un nemico della mafia, ma d’un regolamento di conti interno all'”onorata società”. Lima era solito avere frequentazioni “torbide”, fu tra i deus ex machina del cosiddetto “Sacco di Palermo”, si mormorava che controllasse tramite la “copula” grossi pacchetti di voti di cui fare omaggio al suo referente romano Giulio Andreotti. La commissione Antimafia s’occupò di quella faccenda ma sull’esecuzione di Lima furono avanzate molte supposizioni che rimasero tali. A breve distanza da quel fattaccio, il 23 maggio 1992 la mafia attentò la vita dell’allora direttore degli affari penali al ministero della Giustizia Giovanni Falcone, strage di Capaci, laddove nello svincolo che dall’autostrada che da Punta Raisi conduce a Palermo, gli artificieri di Cosa Nostra avevano accuratamente preparato (senza che nessuno notasse quell’affaccendarsi) quintali di espolsivo, posti in una cabaletta sotto l’asfalto.
Al passaggio del breve corteo i “picciotti” cui era stato affidato il telecomando dell’ordigno stabilirono il contatto che dilaniò Falcone, la moglie e tre agenti della scorta.
Quando nel 1988 il già giudice istruttore a Palermo, aveva ricevuto come “avvertimento” una cinquantina di candelotti di dinamite collocati sulla scogliera davanti alla villa in cui risiedeva dichiarò in un’intervista al Corriere della Sera: “La condanna nei miei confronti è stata emessa da tempo. Da parte della mafia si tratta solo di scegliere il momento più opportuno”. La mafia decise che il momento opportuno doveva avvenire quattro anni più tardi. Dopo due mesi dalla strage di Capaci, il 19 luglio 1992 un’autobomba collocata a Palermo in via Mariano d’Amelio esplose uccidendo il giudice Paolo Borsellino con cinque uomini della scorta, il quale di Falcone era considerato l’erede spirituale e l’erede operativo.
Dopo l’assassinio del suo migliore amico Falcone, Borsellino disse “ora sono davvero solo”.
Borsellino era andato a far visita alla madre, che appunto abitava in via D’Amelio. I suoi movimenti avrebbero dovuto essere segreti, ma il Palazzo di Giustizia di Palermo (dove Borsellino lavorava e passava molto del suo tempo) era gremito di spie, di complici della mafia mascherati da avversari ad essa. Senza i doppiogiochisti, senza i mafiosi mascherati da uomini di giustizia, senza uomini di stato di partito e delle istituzioni compiacenti all’azione mafiosa, le stragi non sarebbero state possibili materialmente, a meno che sia i magistrati, sia le forze dell’ordine siano sordi ciechi e muti.
Ma torniamo al papello. Ciò che i magistrati devono scoprire esaminando la fotocopia (per ora solo quella, ma Massimo ha garantito la consegna dell’originale a breve) datagli da Ciancimino jr è se ci fu realmente una collaborazione tra lo Stato e la mafia a partire da quell’estate del 92, quando gli uomini di Riina portarono il papello a Vito Ciancimino per consegnarlo ai carabinieri che a loro volta avrebbero dovuto consegnarlo a qualche uomo fidato delle istituzioni. Ma sia Mario Mori, sia il capitano Giuseppe De Donno sono sempre stati categorici: “Parlammo con Ciancimino solo per indurlo alla collaborazione”. Gli stessi carabinieri hanno sempre negato di aver preso in consegna il papello. Ma allora le stragi poiché a partire da quell’estate 1992 diminuirono fino a scomparire del tutto e relegarsi nella nostra mente solo come vecchi ricordi in bianco e nero? La mafia non da niente per niente. E se non dai quello che vuole si vendica. Forse la mafia ha davvero avuto qualcosa in cambio dallo stato. Ma da quale stato?
Cerchiamo di ricostruire un pezzo della nostra storia per capire il motivo per cui si siano fermate le stragi, non facciamo l’errore che Ugo Ojetti rimproverava sempre a noi italiani. Oltre al papello Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati Antonio Ingroia e Nino Di Matteo tre lettere “top secret”. Queste tre lettere (secondo il Ciancimino, che è cresciuto a pane e mafia) sarebbero state scritte da Totò Riina e Gaetano Cinà, e indirizzate a Marcello Dell’Utri fra il 1991 e il 1993 e dirette a Silvio Berlusconi con riferimenti alla costituzione di un partito di un movimento o di una Lega del Sud. Come per magia appena nel 1993 nasce Forza Italia fondata da Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, come per una coincidenza fortunatissima le bombe smettono di esplodere. A sminuire l’ipotesi “fortunosa” dell’abbandono mafioso verso le bombe ci ha pensato il Gip Giuseppe Soresina il 14 novembre 1988, che tra le mura del palazzo di Giustizia di Firenze diceva che “esiste una obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa Nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione politica Forza Italia: articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90″. “Nel corso delle indagini” prosegue il Gip “l’ipotesi iniziale di un coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi (quelle del 92) ha mantenuto, e semmai ha incrementato la sua plausibilità”.
Ma ecco che come un’altra magia, il processo s’interrompe poiché è scaduto il termine massimo per compiere ulteriori indagini.
Scrisse il Gip di Caltanissetta Giovanni Battista Tona: “Gli atti del processo hanno ampliamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa Nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati (Berlusconi e Dell’Utri). Ciò di per se legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori”. Ma “la friabilità del quadro indiziario impone l’archiviazione”. C’è infine la sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta, che il 23 giugno 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la strage di Capaci: nel capitolo intitolato esplicitamente “I contatti tra Salvatore Riina e gli on. Dell’Utri e Berlusconi”, si legge che è provato che la mafia intrecciò con i due “un rapporto fruttuoso quanto meno sotto il profilo economico”.
Talmente fruttuoso che poi nel 1992 “il progetto politico di Cosa Nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell’economia”. Cioè a “indurre nella trattativa lo Stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui Cosa Nostra aveva beneficiato”.
Abbiamo già parlato, attraverso le dichiarazioni del Gip di Firenze Soresina, dei favori giudiziali che il primo governo Berlusconi volle “regalare” ai mafiosi, smantellando la precedente legislazione che prevedeva il carcere duro per i boss mafiosi (41 bis), legge sui pentiti, supercarceri appositi sulle isole e cosi via. Quella legislazione era stata voluta proprio da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Questo è importante poiché mentre i due magistrati diventavano gli eroi dell’antimafia e della gente perbene, c’era un loro collega, un’altro magistrato il quale affermava: “Falcone non capisce niente”, “Falcone e Borsellino sono i due dioscuri”, “Falcone e Borsellino hanno un livello di professionalità prossimo allo zero”, dopo la morte di Borsellino disse: “Che Dio lo mandasse all’inferno, io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “Falcone ha quattro facce come il caciocavallo (detto siciliano per dire che ha una faccia da culo)”. Questo magistrato si chiamava Corrado e grazie alle leggi del suo amico Silvio Berlusconi rischia di diventare il Primo Presidente della Corte di Cassazione, in pratica il magistrato più potente d’Italia, colui che sarà la punta dell’iceberg o della piramide di tutta la Giurisprudenza italiana. Questo giudice era chiamato “l’ammazzasentenze”, dato che era solito non condannare gli imputati accusati di mafia, e portava a pretesto dei cavilli burocratici, come ad esempio mancanza di timbri, parti di sentenze illeggibili ecc. Era solito anche “consigliare” o meglio “minacciare” i colleghi (onesti) che intendevano condannare il picciotto di turno.
Il governo Berlusconi nel 2003 gli fece una legge ad personam per ripescarlo dalla pensione dov’era finito quale imputato in un processo per mafia. Oggi, a distanza di 6 anni gli hanno fatto un’altra legge ad personam per permettergli di diventare il più importante magistrato d’Italia, in pratica, abrogando la disposizione dell’ordinamento giudiziario dell’ex Guardasigilli Clemente Mastella per cui, chi fu graziato nel 2004 e ottenne la ricostruzione della carriera non può ottenere posti di vertice oltre i settantacinque anni è abrogata. Quindi si apre la strada alla presidenza di Carnevale, dato che l’attuale capo Vincenzo Carbone andrà in pensione nel 2010, e cioè quando Carnevale sarà il magistrato più anziano e quindi il più accreditato alla nomina.
In fondo come abbiamo visto, la mafia non dimentica, mai, e anche a distanza di sedici anni certi favori si pagano, il problema è che mentre i mafiosi ottengono il loro carnevale, noi su quei carri allegorici non vogliamo e non dobbiamo salire.

Stefano Poma (collaboratore)

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