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Vi sono un paio di immagini su cui vale la pena soffermarsi, e che vorrei citare seguendo un apparente ordine casuale.

La prima è Amelia Vinodicasa. La vedo in una galleria fotografica mentre sorseggia un liquido ambrato, quello che gli indiani d’america chiamavano torcibudella e che scambiavo con i primi coloni in cambio di pellame e qualche grezzo manufatto. Il trucco della cantante soul è caratteristico, gli occhi dipinti quasi a ricalcare le egizie, che si pittavano il viso e ricoprivano il corpo di oli profumati. Poi il seno, innaturale, anch’esso troppo artefatto, quasi una rappresentazione oscena del sacro femminino, come se il settimo velo di Iside fosse caduto rivelandoci la miseria e la finzione. Le gambe nodose e storte, con le ginocchia simili a nodi d’albero oscenamente esposti al vento ed agli sguardi. Una figura sgraziata di donna coperta da stracci colorati e vistosi, una carnevalesca rivisitazione degli anni ’60, con cotonature e gonne a tubino avvolti da colori sgargianti e lisergici.

Poi vedo un’altra immagine, che seppur speculare alla precedente, è rassicurante e smussata seppur eccessiva. È , meglio nota come , per via di una stazza non certo minuta, quella che si direbbe un donnone dalle ossa pesanti, spalle larghe da nuotatrice e un seno generoso, quasi strabordante, una sorta di immagine felliniana, un dagherrotipo di femminilità contadina e di provincia.

La vediamo mentre appoggia la mano sinistra verso l’orecchio, quasi come se accompagnasse un telefono miniaturizzato, un cellulare, moderna cineseria che intontisce le generazioni moderne e che ne sterilizza il seme attraverso i campi elettromagnetici. Ma se osserviamo bene capiamo che il cellulare non c’è, quella mano che sfiora il viso per pura civetteria femminile, portandosi dietro l’orecchio quel ciuffo di capelli che ne incorniciano un viso pieno e volitivo, dalle labbra piene, colte di sorpresa per incurvarsi in un broncio e che appaiono dischiuse come un’ostrica la quale, inserita in acqua dolce, spurga le proprie impurità.

Ed è bizzarro che una imitazione di donna sappia racchiude l’essenza stessa della femminilità. Non fate l’errore dei conformisti e dei benpensanti soffermandovi sul pendaglio di carne che riposa tra lo scrigno delle sue gambe, esso appunto è una imperfezione marginale, come un neo che da imperfezione diventa segno distintivo e quindi bello. La tanto vagheggiata libertà sessuale altro non è che la soddisfazione piena del dionisiaco piacere, ma è anche la soddisfazione del bello in tutte le sue forme.

Ecco perché nell’autosospendersi dalle proprie funzioni politiche il Marrazzo ha coperto il suo gesto d’amore con la quarta piuma, quella dell’onta, ma soprattutto ha vigliaccamente chiamato vizio una ricerca estetica. Si è arreso all’, un altro caduto per la guerra del bello e del giusto

Rupert P. Fritzvaldt (collaboratore)

Martin Sileno

collaudatore di illusioni, menefreghista e blogger

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