Gli ebrei che vogliono leggere Hitler

Aveva perfettamente ragione colui che diceva che la storia si ripete poiché gli uomini non la conoscono, o per meglio dire non se ne interessano, e citando Montgomery e parafrasando la sua celebre frase “gli stati maggiori commettono sempre un grave errore, e cioè quello di pensare che le battaglie future si terranno nelle stesse condizioni delle precedenti”, dimenticano di non essere in guerra ma bensì fra esseri umani che da millenni seguono sempre un filo di pensiero logico e sempre uguale.
Noi oggi abbiamo il diritto di credere che il sia ormai defunto già da quando alle 12:00 del 30 aprile del 1945 si suicidò, ma non abbiamo il dovere di pensarlo per due motivi.
Il primo: d’accordo che senza Hitler il nazismo non sarebbe mai nato e nemmeno mai andato al potere, ma in Germania e nei paesi del blocco centrale europeo ci sono numerosi partiti d’ispirazione nazista, ad esempio il BZO fondato da (morto l’ottobre scorso d’incidente stradale) il quale era un chiaro esempio di partito conservatore estremista, e chi pensa che paragonare un leader d’un partito neonazista al Fuhrer sia ridicolo io voglio ricordare che nella Germania degli anni 20 Hitler era visto come un personaggio da operetta che pareva più un comico alla Charlie Chaplin anziché un pericoloso dittatore.
Secondo punto: la storia si ripete e le civiltà muoiono. Una delle prime considerazioni che gli studiosi dell’800 fecero quando per la prima volta il mondo e la storia del mondo veniva studiata, era che le civiltà, gli imperi, gli uomini stessi sono come dei fiori di loto, nascono crescono, poi muoiono e rinascono dalle proprie ceneri. L’errore di pensare d’essere arrivati, il fermarsi e crogiolarsi al sole dicendo “ecco, ora abbiamo raggiunto l’apogeo scientifico, la gente grazie alla medicina muore di meno, gli stati non minacciano guerra, dunque pensiamo a goderci questi momenti che sono frutto dell’intelligenza umana che ha raggiunto il culmine in questi anni” è errato.
Queste sono le stesse identiche cose che diciamo noi ora, e che dicevano anche all’inizio del 1900 coloro che pensavano di stare nella Belle époque, in quella società in cui si pensava d’essere al riparo da qualsiasi guerra o pestilenza, in quel periodo in cui l’economia cresceva e il livello di vita pure. Ma noi ora sappiamo come è andata. Prima guerra mondiale: 10 milioni di morti, seconda guerra mondiale: 54 milioni di morti. Ora facendo un lavoro di profezia al passato possiamo ben esser convinti che certi calcoli fatti dai nostri avi d’inizio secolo erano sbagliati, e noi dobbiamo avere la presunzione non di essere più intelligenti d’essi, ma di avere più punti e riferimenti storici per non permettere che certi crogioli al sole si tramutino in insolazioni.
Alla fine della seconda guerra mondiale il governo della Baviera divenne proprietario dei diritti del libro , in italiano “La mia battaglia”, scritto da Adolf Hitler dopo il “Putch di Monaco”, il mancato tentativo di rovesciare il governo Bavarese per poi marciare su Berlino e instaurare un governo provvisorio del Reich. Dopo il fallito tentativo Hitler fu arrestato e condannato a 5 anni di reclusione per alto tradimento, rimarrà nella prigione di Landsberg solo 9 mesi e lì inizierà la stesura del suo , dettando al suo delfino Rudolf Hess il proprio credo umano e politico il quale trascriveva il tutto su una Remington portatile. Il futuro fuhrer diede originariamente al libro il titolo di “quattro anni e mezzo di lotta contro le menzogne la stupidità e la codardia” che poi sapientemente il suo editore Max Amann tradusse più semplicemente ne “La mia battaglia”.
Il testo nel gennaio del 1933 quando Hitler fu nominato cancelliere aveva venduto 230000 copie, la maggior parte di esse poste solo come vetrina nei salotti tedeschi degli anni 30, dato che furono pochissimi i lettori effettivi del testo. I punti cardini del libro erano (e sono): antisemitismo, responsabilità assoluta della razza ebraica per tutti i guai del mondo, lotta al marxismo, esortazione del trattato di Versailles, supremazia della razza ariana, mitizzazione della Germania. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, esattamente nel 1946, i diritti del Mein Kampf vennero acquisiti dal governo Bavarese, il quale né perderà la proprietà il primo maggio 2015, 70 anni dal termine del conflitto e la morte di Hitler.
In un mondo in cui i miti e le apologie si sprecano, è facile capire le preoccupazioni che hanno mosso Stephan J. Kramer, segretario generale del consiglio centrale degli in Germania, ad avanzare l’ipotesi di poter anticipatamente stampare il testo come edizione critica della stesso, storicizzando e analizzando le varie idee che il futuro Fuhrer ha elencato con minuziosa cura dei particolari. Sembrerebbe la cosa più logica, onde evitare che fra 6 anni, quando l’attesa dei giovani tedeschi di poter avere tra le mani ciò che ora è proibito (e noi sappiamo quanto sia affascinante ciò che è proibito) terminerà con la pubblicazione in blocco del testo senza che una voce “colta” post-nazismo ne evidenzi gli errori e gli orrori.
Ebbene, dato che la storia si ripete, ecco che l’ipotesi avanzata da Kramer è stata scartata dal governo Bavarese, con la giustificazione che un anticipata pubblicazione del testo farebbe il gioco dell’estrema destra, la quale è sempre attenta su tutto ciò che si muove attorno al Terzo Reich. A questi signori, bisognerebbe ricordare che gli estremismi traggono più vantaggio dalla mancanza di dialogo e di opposizione che dalle repressioni della polizia nella conservazione dei regimi. Ecco perché il Mein Kampf va ristampato subito, e anzi, portato nelle scuole e spiegato ai ragazzi, non analizzandolo come un testo scritto da un pazzo come fanno i pessimi educatori, che anche in Italia nello spiegare il fascismo si limitano a dire che era il male assoluto e che tutti i fascisti erano brutti e cattivi, ma spiegando a queste povere creature che ogni cosa nel mondo ha una causa e un effetto, che il sangue chiama sangue, che la violenza chiama violenza, che lo sforzo di capire un testo anche pieno di errori in prospettiva storica non è un errore, come non lo è leggere il Mein Kampf. Noi sappiamo che la lettura porta conoscenza, e che la conoscenza non è mai un male, essa addirittura (secondo la chiesa) ha lo scopo di togliere dalle mani di satana la sua arma maggiore, che è quella dell’ignoranza degli uomini.
Quando Gaetano Salvemini decise di lasciare la cattedra universitaria motivò con queste parole la sua decisione: “Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, ormai, completamente, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento della storia, quale io lo intendo, perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libertà e di educazione civile e ridursi a servile adulazione del partito dominante, oppure a mere esercitazioni erudite”.
Era il fascismo che si conduceva così, era il minculpop che tappava la bocca agli antifascisti, e come paradosso della storia quando De Felice annunziò di voler portare allo studio il ventennio fascista fu proposta l’estromissione dalla sua cattedra universitaria, in un dopoguerra dove chi parla di fascismo viene accusato di fascismo, e chi parla di nazismo viene accusato di nazismo.
Questa è una regola curiosa, come combattere la febbre rompendo il termometro o sparando al medico che ci dice che abbiamo l’influenza. In conclusione, il bisogno di spiegare e di far capire il Mein Kampf e tutto ciò che gli ruota attorno, non è per paura di un possibile , ma per evitare che certe idee influenzino una parte della popolazione come quella giovanile, la quale è molto predisposta alle influenze soprattutto quando esse la fanno sentire forte e superiore agli altri e che delle giornate di noia nella bella Berlino non si trasformino in tiri al bersaglio verso le sinagoghe e i negozi ebraici, solo perché abbiamo ignorato o non abbiamo saputo raccontare la storia.

Stefano Poma (collaboratore)

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