Rilfessione psicologica sulla giornata della memoria

Rilfessione psicologica sulla giornata della memoriaIeri era la , e tutti conoscete l’argomento di cui sto parlando. Molto è stato scritto sull’argomento, e molto è stato detto. Vi presento qui alcuni spunti di riflessione; li butto lì, ognuno ne tragga le sue conclusioni.
Il dott. Zimbardo è uno psicologo sociale che fece un famoso e tetro chiamato “ carcerario di Stanford”. In pratica selezionò due gruppi di studenti universitari, e al primo gruppo attribuì il ruolo di guardia carceraria facendo frequentare un corso vero presso una , mentre al secondo gruppo venne conferito il ruolo dei carcerati. Nessuno dei soggetti impiegati nell’ aveva delle pulsioni aggressive sopra la norma o delle forme psicopatologiche. La conclusione potete leggerla qui: in pratica dopo un periodo iniziale di adattamento, le guardie cominciarono a fare sul serio con un comportamento sadico e violento. I carcerati cominciarono a soffrire di gravi disturbi traumatici, manifestando tra di loro in cella (la notte con le telecamere spente) vere e proprie violenze sessuali. L’esperimento si interruppe dopo poco tempo per il brusco precipitare degli eventi nel carcere. Ricordo che i soggetti di entrambe i gruppi erano studenti universitari scelti casualmente tra la popolazione della Stanford University. Non solo, anche i familiari entrarono nel ruolo, in particolare i genitori dei carcerati arrivarono a giustificare i figli dicendo che, se erano finiti in prigione, qualcosa dovevano pur averla fatta.
L’essere umano è un animale capace di adattarsi a qualsiasi situazione, in particolare entrando nel ruolo. Nel ruolo del malato in un contesto ospedaliero, o nel ruolo del poliziotto manganellatore assalito da una pioggia di sassi al G8 di Genova. E’ capace anche di entrare nel ruolo del no global arrabbiato e manganellato dai poliziotti fascisti. Non importa di che fazione politica voi siate, o di quali siano le vostre idee politiche, basta che una persona si trovi per un tempo sufficentemente lungo in un contesto appropriato, che si comporterà in funzione del contesto.
Al dott. Zimbardo sfuggì di mano la situazione, perchè mise in moto un macchinario umano impossibile da fermare se non con la forza.
In piccolo abbiamo tanti esempi sociali dell’esperimento del dott. Zimbardo: il bullismo nelle scuole (ruolo dell’aggressore VS il ruolo della vittima), i fatti violenti che avvengono in guerra in qualunque esercito di qualunque nazione verso il popolo sottomesso: violenze sessuali, torture, .
La proprietà del ruolo è resistente al punto tale che nei lager i kapò, ossia i responsabili del block avevano comportamenti simili se non peggiori degli stessi tedeschi: in questo caso l’ebreo messo a capo della stanza sviluppava una severità e cattiveria da non differire per nulla ad un SS se non per la divisa.
A questo punto vi verrà da chiedermi: “ma allora se messo nelle condizioni peggiori di ruolo anch’io diventerei una assassino sadico”?
Qui rispondo che la responsabilità individuale, per quanto offuscata dal contesto, non viene mai meno. Questo spiega perchè alcuni – non tutti – soldati stuprano o torturano, e perchè alcune -non tutte- guardie carcerarie sottopongono i carcerati a supplizi.

La giornata della memoria esiste perchè l’asse ha perso, e con la forza si è interrotto un comportamento “di ruolo” giunto all’estremo.
Era giunto all’estremo perchè non esisteva nessun tipo di sanzione o punizione per chi uccideva un ebreo, e questo semplice fatto ha permesso di scavalcare il limite umano del rispetto e della dignità.

Come dice Wiesel “ricordare servirà ai vivi”, aggiungo in particolare quando indossano una divisa, un giubbotto anti-sommossa, o un camice.

Dr. Giovanni Delogu (collaboratore)

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4 Risposte

  1. Martin Sileno scrive:

    Davvero molto interessante
    sul tema ci sono due ottimi film tedeschi che consiglio caldamente: “the experiment” (2001) che si rifà espressamente all’esperimento di Zimbardo, e il più recente “L’Onda” (2008), anch’esso un esperimento sociale sulla nascita dei totalitarismi.

  2. Grazie per il commento. Ho visto entrambi i film, che consiglio vivamente. Grazie per il prezioso contributo.

  3. Mason scrive:

    Argomento stuzzicante e ben delineato pur nell’angusto spazio: grazie.
    Mi soffermo un attimo su questo passaggio: “la responsabilità individuale, per quanto offuscata dal contesto, non viene mai meno”, utilizzata per spiegare come sia possibile che alcuni soggetti siano vittime del ruolo, ed altre no.
    Responsabilità individuale.
    Questo passaggio credo sia il nocciolo dell’esperimento, e meriterebbe un articolo a sè (e forse più d’uno).
    Mi viene comunque da pensare che questa “responsabilità individuale” sia la sommatoria del “senso di responsabilità” e della “individualità”.
    L’individualità potrebbe già rilevare due categorie (ovviamente non analizzando i border line): ovvero i soggetti con un carattere forte e pochi traumi psichici o comunque non rilevanti, ed i soggetti caratterialmente più deboli e/o con traumi psichici più rilevanti. Mi immagino che il soggetto debole sia predisposto ad identificarsi più facilmente nel “ruolo”. Avendo già difficoltà ad accettare la sua realtà individuale, ogni fuga dal proprio io è una tentazione ed un rifugio. Il “ruolo” quindi per lui potrebbe rappresentare una “occasione”, mentre il soggetto caratterialmente più forte dovrebbe essere meno soggetto al rischio.
    Esiste poi il background culturale, di valori e di educazione, che in ognuno agisce formando un senso di “responsabilità e di rispetto”.
    Eh già con questa prima e per nulla esaustiva catalogazione avremmo superficialmente:
    1. individui deboli e con scarsa responsabilità –> identificazione nel ruolo
    2a. individui deboli ma con forte responsabilità –> a rischio
    2b. individui forti ma con debole responsabilità –> a rischio
    3. individui forti e con forte responsabilità –> tendenzialmente “immuni”.

    Si potrebbe giocare a creare ulteriori sottocategorie e confrontare le statistiche che immagino esistano in psicologia-sociologia-psichiatria con gli esiti dell’esperimento del professore (che non conosco, e non ho visto i films sopra citati). E immagino sarebbe particolarmente interessate magari rilevare che gli esiti dell’esperimento siano molto più forti rispetto a tali percentuali.

    Attendo fiducioso ulteriori approfondimenti, l’argomento intrippa :-)

  4. Gentile Mason, grazie intanto per il contributo. Non ho avuto il tempo per fare ricerche su quello che hai scritto, ma così ad occhio direi che una variabile da prendere in considerazione è il livello di predisposizione all’aggressività. Un soggetto aggressivo è facile che entri in un ruolo dove può esercitare apertamente ciò che gli viene spontaneo manifestare, cioè la violenza, verbale o fisica che sia. Questo spiegherebbe perchè le guardie più incattivite erano quelle che manifestavano maggiori livelli di autostima (per loro l’esperimento era durato troppo poco, cosa che un introverso non direbbe mai). Inutile dire che autostima e comunicazione aggressiva vanno a braccetto, di solito gli aggressivi hanno un io ipertrofico, che li porta a prevalere sul più debole.

    Ti invito a controllare ogni tanto questo sito o il mio blog per altri aggiornamenti. Non è escluso che non scriva dell’altro sull’argomento.

    Ciao e grazie

    Dr. Delogu

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