I riformisti e i deformati

I riformisti e i deformati Tutto in questo periodo suona come già sentito.
Il presidente che forte dei recenti risultati elettorali si dimostra disponibile al dialogo sulle sapendo già (e in fondo sperandolo) che l’opposizione dica di no per fare di testa sua e l’opposizione che puntualmente gli da ragione dicendo di no. La Lega che spinge sull’acceleratore delle in senso federalista e l’IDV che grida al possibile inciucio e in tema di sbraita contro l’ennesimo decreto invocando un referendum.
Tutto tristemente già sentito, tristemente perché sembra che ancora una volta queste benedette riforme andranno a morire nella polemica politica.
Ma veniamo al dettaglio. Innanzitutto la parola “riforma”, strabusata in questo periodo e molto spesso lasciata lì a galleggiare nel chiacchiericcio. Le riforme in campo più contraddittorie sono tre: quella sull’ordinamento istituzionale del nostro Paese volta da una parte ad una forma di e dall’altra ad uno snellimento del parlamento e un moderato rafforzamento dei poteri del premier; la riforma della giustizia che punterebbe (il condizionale è d’obbligo) all’accorciamento dei tempi processuali, alla separazione delle carriere, all’abrogazione dell’obbligatorietà dell’azione penale e altre cosette poco care alla frangia dipietrista; la riforma fiscale che dovrebbe essere orientata allo snellimento delle procedure e la riduzione delle aliquote.
Di proposito non cito il fiscale che di fatto sembra ormai avviato e semmai alimenta auspici di anche a livello istituzionale da parte dei seguaci di Bossi.
Queste le riforme sul piatto. Appare chiaro che il nocciolo del problema è che per ognuna di queste riforme gli interessi in campo sono molto diversi e concentrati su posizioni molto lontane. A Berlusconi non frega nulla della forma di presidenzialismo e nemmeno interessa poi tanto la riforma fiscale, portata avanti solo a parole a fini elettorali, interessa invece molto quella della giustizia, il perché lo lascio alla sensibilità e alle convinzioni di ognuno. La stessa riforma, per altri motivi, interessa a Di Pietro e ai suoi sodali.
Tutto fa pensare che con le ambigue aperture del premier e il continuo, cantilenante e noioso refrain della Sinistra sulla discussione in Parlamento, come se in ogni paese dove esiste il Parlamento non si sappia che prima si cercano sempre intese al di fuori dalle aule per avere in esse solo la conferma, non aprono certo spiragli di speranza sullo scetticismo degli osservatori più smaliziati.
La deformazione? Per gli antiberlusconiani: le riforme di Berlusconi sono finalizzate a instaurare la dittatura in Italia, sono il primo passo verso la morte della democrazia parlamentare sancita dalla Costituzione. Per i berlusconiani: le riforme proposte dal centrosinistra sono tutte volte a imbrigliare il premier e a ridurne lo spazio di manovra, a forza di ostruzionismi, veti, referendum e discese in piazza.
In un paese dove il bipolarismo è pro o anti Berlusconi e quindi malato forse le riforme strutturali sono impossibili, perlomeno nei prossimi dieci anni, forse è meglio vivacchiare ancora un po’ fino a nuovi scenari e mettere mano a modifiche più vicine alla vita dei cittadini e delle piccole e medie imprese. Certo è una resa ma perché aspettare tre anni quando ci si può arrendere subito?

symbel (redattore)

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