Le dimissioni di Fini

Le dimissioni di Fini Chi come me e molti altri crede fermamente nel principio, sancito anche nella nostra Costituzione Repubblicana, dell’innocenza fino a prova contraria e fino al terzo grado di giudizio, ha un certo imbarazzo nel giudicare situazioni come quelle che sempre più frequentemente sbocciano nel panorama politico nostrano.
Sì perché mentre si può ragionare, anche qui con molta cautela, sul valore politico di una condanna di primo grado in associazione mafiosa o stiracchiare persino il giudizio sull'”associazione esterna” che è un reato quantomeno discutibile, è impossibile ottenere un parere univoco sui discorsi di “opportunità politica”.
Prendiamo ad esempio i casi , e .
Tre casi diversi, ma uguali su un aspetto molto importante che riguarda il coinvolgimento giudiziario, praticamente nullo.
Il primo per una casa pagata molto meno rispetto al mercato “a sua insaputa” e dimessosi da ministro senza nemmeno essere indagato per questioni di “opportunità politica”. Il secondo, sottosegretario alla giustizia) per essere andato ad una cena alla quale erano presenti i fantomatici P3isti, mentre ancora la giustizia non ha nemmeno appurato se la P3 esiste (anche perché si dovrebbe appurare pure se è esistita la P2 come è stata dipinta) e il terzo, il presidente della Camera, che rigira i beni immobiliari di AN ad amici di famiglia, anzi a familiari della compagna. Trattasi non di casetta con vista sul Colosseo ma di appartamentone niente popò di meno che a Montecarlo, pagato forse un decimo del suo valore di mercato.
Per tutti e tre, chiedere le , a mio parere è demenziale, volendo essere benevoli e per non scomodare la più adatta definizione di “forcaiolo”.
Tanto più se uno fa di tutto con dichiarazioni da “puro” per mettersi nelle condizioni di doversi dimettere in conseguenza delle sue stesse posizioni sulla legalità, a meno di non sentirsi come minimo un ipocrita.
Ma perchè si è arrivati a questo punto? Ci si è arrivati perché quando non esistono delle regole valgono tutte le regole, anche quelle inventate come quella dell’opportunità politica, non scritta da nessuna parte, che sotto l’ombra della retorica della legalità (ma qui la legge non c’entra un fico secco) dovrebbe consegnarci dei governati lindi come il culetto di un bambino appena uscito dal bagnetto.
La realtà è che se si vuole evitare di scivolare nello stesso pantano che ha caratterizzato il periodo di Mani Pulite che nonostante tutto si poggiava su reali riscontri giudiziari mentre oggi nemmeno quelli, bisogna ritornare all’unico verò metro di giudizio sancito della Costituzione che è quello dei tribunali e non quello delle testate giornalistiche in crisi di vendita.
L’opportunità politica di accompagnarsi o meno a certi personaggi, di avere sconti o meno su certi affari immobiliari o di portarsi a letto due o tre sgallettate in perizoma e con registratore incorporato, quando non interessa il vaglio dei tribunali deve essere sottoposta solo ed esclusivamente al tribunale con la T maiuscola, quello del popolo, attraverso le .
Ma oggi troppi, troppi, hanno paura delle urne. E fanno bene ad averne.

symbel (redattore)

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