Suggestioni di oggi in vista di domani

Suggestioni di oggi in vista di domaniIl ministro Fornero si è un po’ risentita delle recenti critiche ricevute. Un po’ per le contestazioni in sé, un po’ per la rilevanza che vi ha dato l’informazione. Non che ne abbia propriamente tutte le ragioni. L’alone mistico con cui è sorto il governo tecnico di cui fa parte, le ha permesso di iniziare i lavori con una protezione che non teme alcun confronto rispetto ai passati esecutivi. E se anche oggi, nei contenuti degli organi di stampa, comincia a filtrare qualche dissenso sull’operato del governo, esso può comunque sempre contare sul mutismo e la rassegnazione con cui deputati e senatori eletti osservano passivamente le attività dei vari ministri. Senza contare che gli dei della politica, evocati protettori degli uomini salva-Italia, non lesinano di recare doni in loro soccorso. Lega e Sel, che hanno profanato il santuario degli osanna ai professori, si sono ritrovati subito puniti con scandali finanziari e avvisi di garanzia. Fossi in Grillo toccherei ferro e andrei in giro con una mano in tasca: in fondo segni premonitori già inducono ad inquietarsi, ché il Male dell’antipolitica, il destriero preferito da lui cavalcato, da qualche giorno sta cominciando a soppiantare, nei telegiornali e nei quotidiani, i mostri ormai logori ed in disuso dei Parolisi e compagnia bella.
Se poi, come si dice, la miglior difesa è l’attacco, forse la Fornero potrebbe anche prendere in considerazione l’idea di modificare la propria strategia comunicativa. Già non l’aiuta la componente non verbale, con quel caratteristico ditino alzato da maestrina: e visto che ci sta spiegando che dobbiamo tutti fare sacrifici e non ci sta raccontando la favola di Cenerentola (la preferita invece dei governi precedenti), non è un buon inizio. Poi insiste con la spocchia dichiarando che “la riforma non è perfetta, ma per noi è quella giusta”. Se infine ci regala la chicca che a suo avviso gli italiani pensano troppo a comprarsi una casa anziché supportare i figli al conseguimento di una laurea, non è che poi possa stupirsi se qualcuno si sente lievemente irritato al sentire tali parole. Da quando la laurea e la casa sono beni succedanei? Potrei anche provare a recarmi in filiale dove ho il conto corrente aperto, e chiedere al mio gestore di certificarmi una laurea con 110 e lode, ma temo che si sentirebbe un po’ canzonato. Così come ritengo che se ai tempi dell’università, nel sostenimento di un esame, avessi chiesto un mutuo al docente, difficilmente mi avrebbe stipulato un rogito di 28/30. Che poi ti voglio vedere a calcolarci su l’Imu…
La suggestione peggiore, tralasciando l’ironia, è quella invece che il concetto espresso sia una anticipazione dei tempi futuri, e che potremmo trovarci in un giorno non troppo lontano a dover scegliere in condizioni di aut aut, data la sempre maggiore esiguità dei risparmi e la difficoltà crescente ad ottenere credito, anche tra quanto gli italiani hanno sempre ritenuto sacro: la casa e tutto quanto desiderabile per i propri figli. E’ chiaro che sembra eccessivo immaginare di trovarsi a questo punto, eppure le attitudini al consumo degli italiani, negli ultimi quattro anni, si sono già modificate. Al ribasso, e non di poco. E il trend è in netto peggioramento. Uno studio riportato dal Sole24ore del 23 aprile riporta alcune statistiche che chiariscono molto le idee. Su base annua le richieste di mutuo per l’acquisto della casa segnano -50% circa. In compenso, per l’insolvenza nel far fronte agli impegni con le banche, nel 2011 sono stati pignorati il 18% in più degli immobili rispetto all’anno precedente. Tre famiglie su quattro stanno razionando le uscite per il tempo libero. E’ diminuita la spesa per viaggi e vacanze, che si prenotano sempre più online alla ricerca degli sconti maggiori. E sempre sul web corrono ormai le ricerche anche per regali e acquisti di abbigliamento, alla conquista dei prezzi più bassi. La domanda dei mezzi pubblici sta subendo una impennata per via del costo proibitivo dei carburanti. Ed a proposito di mezzi, si spende molto di più per le manutenzione delle proprie vetture, al fine di garantirne una durata maggiore e non dover ricorrere a nuovi acquisti. I quali comunque, contrariamente a prima, vengono fatti evitando accuratamente quei pacchetti full-optional un tempo raramente non richiesti, per via degli elevati costi. E il segnale forse più inquietante è che chi cerca disperatamente di mantenere lo stile di vita di un tempo, le sta provando un po’ tutte: la crescita annua delle spese per video lotterie e gratta e vinci sta già registrando un incremento del 55%, e frequente comincia ad essere anche il ricorso alla rivendita del proprio oro usato ( solo nell’ultimo biennio gli esercizi che praticano lo scambio sono passati da circa 14 a 28 mila!).
Schiacciata dalla pressione dei drammatici numeri che fotografano la situazione dell’Italia, consapevole della sforbiciata ai consumi applicata nell’ultimo quadriennio in ogni famiglia (e non c’era ancora il governo Monti a chiedere i sacrifici), e pressata dagli indicatori di tendenza che mostrano chiaramente che i prossimi anni saranno ben peggiori, è chiaro che nella popolazione cominciano a serpeggiare, più o meno evidenti, alcune tensioni sociali. E non sarà certo invitando a non investire in immobili per garantire una laurea ai figli, per moltissimi dei quali si prospettano comunque tempi mediamente lunghi di disoccupazione, che si consolerà la gente.
Ad alimentare poi i dissapori ci pensano le sperequazioni salariali, che allargano la forbice tra i top managers e gli operativi, anziché contrarla. Affari e Finanza del 23 aprile mostra come in USA gli emolumenti medi dei CEO sono cresciuti del 14% su anno precedente nel 2011, e del 23% nel 2010. Per carità, in tempo di crisi è ancora più difficile assumere certe posizioni, e può anche spiegarsi con questa legge di mercato il concetto di aumentare il compenso di un amministratore in tempo di magra. Più difficile da spiegare come invece gli operativi, che devono tradurre sul campo le fatiche per ottenere i risultati (e non parliamo solo di “pigiatasti”, ma anche dell’esercito del middle-management), siano invece premiati per gli sforzi richiesti con un aumento medio che non fronteggia quasi neppure l’inflazione. E gap e trend salariali del nostro paese non sono certo molto lontani da quelli osservati negli Stati Uniti.
Un quadro, quello esposto, che rappresenta decisamente humus per risvegliare gli aneliti del socialismo. E poiché la situazione del nostro paese ha molti punti in comune con tutto il mondo cosiddetto occidentale, investito dalla crisi economica in corso, è anche così che si potrebbe leggere, e qualcuno invero ci sta già provando, l’affermazione di Hollande al primo turno nella corsa d’oltralpe alla nomina all’Eliseo.
Ma questa nuova lotta di classe nasce dal pragmatismo della ragione, non dalla pulsione della ideologia. Le idee che serpeggiano tra gli Obama e gli Hollande, in merito a politiche di redistribuzione del reddito, nascono dalla consapevolezza di un’ingiustizia sociale che mette in crisi essa stessa l’esistenza del sistema capitalistico, poiché rende sempre più difficile l’incontro tra domanda e offerta sui mercati reali. E la necessità di frenare le speculazioni finanziarie condivide la stessa ratio. Tant’è che comincia a non essere più argomentazione esclusiva di certa sinistra, se è vero che il primo a condividere l’idea della finanza come un “mostro senza volto”, come dichiarato in una intervista a Repubblica del 24 aprile, è l’ex ministro dell’economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti.
Se da una parte le tensioni sociali riesumano dalla mummificazione certe idee socialiste, parimenti sono invece i vincoli dei mercati, le rigidità contrattuali ed il costo del lavoro, a far contemporaneamente uscire dall’anonimato diversi nuovi e convinti teologi del neoliberismo. Anche in questo caso, però, il richiamo alla teoria nasce più dal desiderio di stimolare crescita per frenare la recessione in corso, che non da altro. Non sono ideologici i vincoli ad un buon andamento del mercato, bensì propri delle barriere che ne hanno impedito un funzionamento nel senso classico liberista, essendo oggi dominato e controllato da una stretta oligarchia. Insomma, per ristabilire condizioni in cui poter davvero esercitare la libera concorrenza, allo stato toccherebbe essere tutt’altro che snello e passivo osservatore in attesa dell’intervento sanatorio della mano invisibile. Dovrebbe invece accertare le anomalie, individuare gli opportuni aggiustamenti, emettere nuovi e mirati regolamenti comportamentali e sanzionatori. Il tutto senza subire i condizionamenti dei potenti.
Nell’anno che verrà, che dovrebbe vedere nuovamente gli italiani alle urne, i nostri politici cavalcheranno populisticamente le ideologie risorte dai fallimenti sociali ed economici, faranno leva sul sentimento dell’antipolitica a proprio uso e consumo, o si decideranno finalmente, vista la serietà delle condizioni del paese, ad affrontare i problemi e proporre concrete soluzioni per risolverli? In cuor nostro, ed a ragion veduta dati i precedenti, le speranze di veder realizzata la terza opzione è ridotta al lumicino. Tuttavia, almeno in minima parte, dipende anche da noi: da quanto saremo maturi e capaci di guardare dritta negli occhi la realtà e pretendere da loro risposte pertinenti, o quanto invece, pur di aggrapparci al sogno di lasciarci in fretta alle spalle i tempi duri, ci lasceremo abbindolare dai falsi alchimisti di ieri, di oggi e di domani.

Masonmerton (collaboratore)

Martin Sileno

collaudatore di illusioni, menefreghista e blogger

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