Le banalità che non ci hanno detto

Le banalità che non ci hanno dettoNon credo ci sarebbe da stupirsi se il risultato delle recenti elezioni regionali in Sicilia dovesse ripetersi su scala nazionale nelle imminenti politiche. Si è recato ai seggi meno della metà della popolazione. Il partito ad avere ottenuto più consensi è stato il M5S. A governare sarà però la coalizione vincente espressione del centrosinistra politico, a conti fatti eletto da meno di 15 abitanti su 100 isolani aventi diritto di voto. Ed infine, ultimo e più significativo dato, si rileva che grosso modo si accomoderanno nuovamente sulle poltrone della Regione gli stessi attori che vi sprofondavano fino a ieri.
Nel mezzo di questo scenario non propriamente esaltante, cercano gloria in vista delle primarie i protagonisti noti (almeno nel centrosinistra) o pronti per il colpo di scena (nel centrodestra), per ergersi come leader dei futuri schieramenti elettorali.

Francamente la bagarre appassiona poco. Meno di poco. Da un certo punto di vista, anzi, è al limite della aberrazione, simboleggia straordinariamente il conato che sale alla gola dell’italiano medio di fronte alla prospettiva di recarsi alle urne nel 2013. Sale alla gola un conato di disgusto, ma sale alla gola anche un rabbioso desiderio di urlare. Le proprie paure, le fatiche, il senso di impotenza, la voglia di sentire qualche proposta veramente nuova, qualche volto davvero nuovo. O forse anche solo qualche banalità, non pronunciata con la solita retorica o demagogia, o peggio ancora in pura forma di reclame elettorale.
A sentire i politici, penseresti che intellettualmente l’uomo non si emancipi mai. Che non possa superare il pregiudizio, la presunzione ideologica, l’egoismo, e la facile tendenza al banditismo.

Nessuno può immaginare che vi siano soluzioni facili alla crisi economica internazionale. O allo stato dei conti pubblici. Eppure alcuni concetti, superficiali per carità, anzi banali, dovrebbero essere condivisibili.
Si dovrebbe almeno riconoscere, sul fronte internazionale, che la globalizzazione è un dato di fatto, dal quale non si può recedere. Ha dato i suoi frutti ma contemporaneamente arrecato almeno due grossi problemi. Uno è la convivenza delle genti con passati diversi: e questo è un fatto culturale, come tale un giorno verrà superato, e chi governa può solo renderne più semplice o più oneroso il cammino. L’altro invece è economico: spostamento di equilibri di mercato, aumento della speculazione sul fronte finanziario.

Sul fronte interno abbiamo invece preso atto che il bilancio dello stato è quello che è, e sacrifici ne dobbiamo fare tutti. Ma possibilmente sarebbe il caso di chiederceli seguendo un certo criterio di equità. Si possono tassare di più i lavoratori, ma bisogna almeno preservarli dalle ingiustizie della vessazione quotidiana, giacché i bilanci famigliari medi sono sempre più sull’orlo della mera sussistenza. Si devono certamente punire gli evasori fiscali e pretendere il rispetto delle regole da parte degli imprenditori. Ma contestualmente sarebbe il caso di avere cura di creare le condizioni idonee affinché vi sia anche un aiuto nei loro confronti, e non solo un controllo esattoriale dello stato: perché non si può negare che coloro che rischiano il proprio capitale in una impresa, creando posti di lavoro e versando imposte, contribuiscono e non poco al benessere sociale, per non dire che ne sono determinanti. E infine, uno stato dovrebbe comunque garantire sempre, e a prescindere, quei servizi al cittadino che per natura economica o morale non possono essere demandati al soggetto privato. Come la giustizia, la sanità almeno di base, l’istruzione minima. E se mai uno stato non dovesse essere in grado di farlo, allora che senso avrebbe di esistere?

Infine, sul fronte del sentimento collettivo, si potrebbe azzardare che l’uomo medio abbia cominciato ad intuire che la navigazione a vista è quasi sempre fonte di guai. E pertanto non sarebbe sgradito poter esaminare proposte e soluzioni ai problemi reali che vadano oltre un decreto legislativo valido per oggi. Qualcosa di programmatico, che guardi al di là del proprio naso, che profili un orizzonte.

Con rammarico, prendiamo invece atto che il rinnovamento delle idee, e del modo di proporsi dei politici italiani (ma non solo), prosegue imperterrito sulla scia della mera bega quotidiana, della demagogia e dell’utilizzo ributtante, vigliacco e disdicevole delle ideologie e dei vecchi slogan.
Se si vuole creare benessere sociale, uno dei fattori importanti è creare stabilità. Frenare la speculazione sarebbe il primo passo per frenare l’incertezza. Minacciare di uscire dall’Europa e retrocedere ad un mondo che non c’è più sono dichiarazioni anacronistiche che non si dovrebbero più sentire. Ma se la destra cerca di ingolosire parte dell’elettorato più estremista ed emotivo con tali amenità, la sinistra che dovrebbe richiamare il progressismo e la socialdemocrazia si guarda bene dal puntare il dito contro questa piaga. E a sua volta gioca a scaldare gli animi con gli echi lontani della lotta di classe, che percepisce ancora l’equazione per cui l’imprenditore sfrutta quotidianamente i propri dipendenti, magari per poi promuovere il figlio poco dotato a manager della propria azienda, ed infine costruirsi la villa al mare immancabilmente grazie ai frutti dell’evasione fiscale.

Restiamo in fremente attesa delle banalità che non ci hanno detto. Per esempio che la globalizzazione è un’opportunità, ma che la deregulation sui mercati finanziari ha fatto evaporare tanta ricchezza, e reso più forti le disparità sociali. Che la classe operaia non è più la rappresentativa del ceto più numeroso, sostituita da una classe impiegatizia variegata, ma che annaspa nelle fatiche ed angosce quotidiane della liquidità: anche perché è l’unica a dover sopportare la tassazione senza possibilità di sfuggirne e senza poter beneficiare di aiuti. E che la persona per bene, che lavora operosamente, risparmia per garantire un futuro a sé stesso ed ai propri figli, e paga regolarmente le imposte, vorrebbe solo uno stato che gli consenta di sentirsi parte di una struttura giusta, meritocratica e libera. Uno stato che non si slega dal resto del mondo come propone certa destra, e che dovrebbe proteggere i capitali dalla speculazione, una lotta nella quale dovrebbe ergersi paladina, e non fa, certa sinistra. Uno stato che garantisce la libera iniziativa come dovrebbe promuovere la cultura liberale, con una imposizione fiscale giusta: cosa che non significa né invitare ad evadere per l’eccessiva pressione fiscale, né proseguire nella flagellazione del lavoro con gabelle di ogni genere, senza intervenire in favore della produttività. Uno stato che garantisca i diritti naturali, senza soprusi, senza aberrazioni, senza nepotismi.

Il nuovo manifesto in favore del cittadino dovrebbe essere condiviso da destra e sinistra. Da quella destra liberale che dovrebbe propagandare il lato migliore dell’individualismo, ovvero della piena possibilità di realizzazione delle proprie capacità, e da quella sinistra che dovrebbe guardare al tema della giustizia sociale abbandonando la caccia al “padrone” di una volta, per denunciare invece quelli veri, anche se sono più grossi, pericolosi e di caratura mondiale. Un po’ come fanno i grillini: la credibilità dei quali è tutta da verificare, ma che hanno almeno il merito di indicare senza eufemismi chi sono i “cattivi”, da certe multinazionali fino alle economie che non rispettano i vincoli ambientali.

Invece ad oggi destra e sinistra sono stati solo capaci di condividere l’idea di farsi da parte nel momento critico di dover prendere misure impopolari per i cittadini, lasciando il paese in mano a tecnici che hanno guardato solo ai freddi numeri.
Ecco perché, a questo punto, forse è il caso di cominciare ad abbassare le pretese. Che ci propongano le soluzioni in un secondo tempo. Ma che almeno comincino ad ubriacarci di banalità, di ciò che è, dei problemi veri che ci sono, di cosa e chi dobbiamo temere. Da qualche parte dovranno pur cominciare per riacquistare la credibilità. Descriverci le cose come sono, senza continuare a prenderci in giro mettendo insistentemente al primo posto l’importanza di non correre il rischio di allontanare parte di elettorato, o di urtare la suscettibilità di eventuali partner istituzionali passati, presenti o potenziali, sarebbe già un buon inizio. Anzi, sarebbe ottimo. Ma chissà perché, non credo che verrà fatto.

Masonmerton (collaboratore)

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