Il popolo dei forconi

Il popolo dei forconiIn questo periodo dove la politica parla di segnali di ripresa (sic) e di legge elettorale, dove Letta va ai Funerali di Mandela, dove Renzi diventa segretario del PD, si scopre che c’è una parte cospicua del paese che non se la passa molto bene. Una scollatura enorme e insanabile.
C’è stata la sfilata della forze dell’ordine senza casco assieme ai rappresentanti, c’è stato il tentativo di minimizzare il gesto, facendolo passare per normale routine in manifestazioni pacifiche, sebbene io non ricordi, a memoria d’uomo, poliziotti accolti da cori, strette di mano e applausi.
C’è stato anche il tentativo di dare un colore politico alle proteste, di avere una deriva fascista per via di alcuni rappresentanti di estrema destra, e anche perché quando si vede un tricolore e non c’è una partita di nazionale il tutto per alcuni deve puzzare di nazionalismo.
C’è anche chi si è scagliato duramente con le proteste di pancia, che sono pericolose e senza costrutto, che andrebbero arrestati. Del resto negli ultimi tre anni Re Giorgio non fa altro che lanciare i suoi moniti sulle derive populiste.

Insomma, mi è sembrata palese la voglia di delegittimare un movimento che si dice apolitico, senza provare a sentire le loro ragioni, con la voglia di liquidarlo in fretta per passare ad altro.
Provando ad andare oltre i pregiudizi di cui sopra, su due aspetti il popolo dei forconi mi fa sollevare delle perplessità: la prima è che si affrettano nel dire che la protesta è pacifica e non violenta, e lo sarà anche in futuro. Può fare inorridire, ma la protesta, quella efficace, deve essere per forza di cose cruenta. Se vuoi prendere il potere, diceva un poeta, conta fino a 5945, ma non chiedere mai il permesso. Perché la rabbia di chi non ha più nulla da perdere è quella che sovverte l’ordine delle cose, non certo una tavolata di bolsi intellettuali che discettano di massimi sistemi.
Il secondo aspetto che mi fa rimanere dubbioso sulla bontà degli intenti è che il popolo dei forconi possa rappresentare in buona sostanza solo una protesta corporativa, che poi è l’unico tipo di protesta che si fa in Italia dal dopoguerra. Non appena la propria categoria si sente minacciata da qualche riforma, o quando risente più di altri della crisi, scatta lo sciopero selvaggio, il sit-in, la fiaccolata, la scesa in piazza. Danneggiando magari anche altre realtà che non se la passano ugualmente bene. Il rischio in questi casi è che i diritti civili o sociali spesso siano solo la foglia di fico per mascherare fini privati o di categoria, confidando sul malcontento collettivo.
Fosse davvero così, certa stampa dovrebbe prendere immediatamente le distanze e smettere di soffiare sul malcontento in maniera ruffiana.

Martin Sileno (redattore)

Martin Sileno

collaudatore di illusioni, menefreghista e blogger

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