Lavoro chiama Italia

Electrolux , multinazionale svedese presente in Italia con diversi stabilimenti, in ottica di risanamento aziendale chiede sacrifrici imponenti ai lavoratori per evitare la chiusura: sul piatto a detta dei il dimezzamento degli stipendi (che passerebbero da una media di 1.400 a 700 euro mensili),  la riduzione dell’80% del premio aziendale, il blocco dei pagamenti delle festività, taglio del 50% di pause e permessi sindacali e stop agli scatti di anzianità, questo per portare i costi del al pari a quello della Polonia, dove la multinazionale ha un’altro stabilimento, anch’esso in odore di ridimensionamento.

La versione dell’azienda è diversa: si parla di abbassare il costo orario di 3 euro all’ora, cosa che inciderebbe solo per l’8%, circa 130 euro al mese in busta, ma comunque il segnale pare essere che il costo del lavoro in Italia è eccessivo (tre volte tanto la Polonia, dove un’ora di lavoro costa all’azienda 6 euro contro i 24 italiani)

Chi l’ha sparata piu grossa? Probabilmente la verità sta nel mezzo, fatto sta che l’Italia è poco competitiva,  ma per una serie di motivazioni (legate principalmente alle acquisizioni fatte a suo tempo in Italia, Zanussi in testa)  quell’azienda è parecchio strutturata in Italia, quindi fare le valigie e delocalizzare non sarebbe una cosa molto semplice da attuare specie in tempi brevi, e ovviamente cerca di tirare l’acqua al suo mulino, probabilmente sparando alto, per ottenere una mediazione tutto sommato a lei favorevole evitandosi un’operazione di delocalizzazione che potrebbe incidere sulla qualità , percepita come alta, dei suoi prodotti.

Certo è che il mercato è in , che in quel settore è  trainata dello stallo del mercato immobiliare, e la concorrenza turca, coreana e cinese si fa sentire, e anche 30 euro risparmiati sui costi di produzione di una lavatrice, in tempi di , possono fare la differenza tra il vendere o non vendere quel prodotto.

Quello che è vero che il costo del lavoro in italia è esageratamente alto e la flessibilità è un’utopia, ma purtroppo in Italia manca un’ottica di programmazione: si pensa a tassare a breve termine e non a ridurre le spese: risultato mancata competitività.

Se invece il costo del lavoro fosse più basso (senza ritoccare al ribasso il netto in busta dei dipendenti!) per via di tasse sul lavoro più equilibrate, e magari un taglio dello spesa pubblica, ci sarebbe più lavoro, meno  disoccupazione, uno stimolo agli investimenti stranieri, meno uso degli ammortizzatori sociali, e quindi ulteriori risparmi sulla spesa pubblica.

Ma se daltronde guardiamo la gestione della crisi irlandese ce ne accorgiamo:  si sono fatti tagli anche pesanti sulla spesa pubblica, ma non si sono toccate le tasse sul lavoro, già particolarmente basse:  li risultato è che l’economia, ben più disastrata della nostra ha ripreso a crescere al contrario di quello che sta succedendo da noi.

Ma sopratutto, con un’operazione del genere sui costi del lavoro, ci sarebbero  più soldi nelle tasche degli italiani, che li rimetterebbero in circolazione, pagandoci sopra le tasse , col vantaggio che anche i gettiti di IVA e accisa sulla benzina riprenderebbero a salire, contrariamente a ciò che accade in questo momento:  aumentando le aliquote,  paradossalmente è pure diminuito il gettito, e purtroppo la soluzione dei nostri inetti politicanti sembra essere la solita:  sempre e solo aumentare le tasse!

 

 

Brian Boitano (redattore)

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