Beket di Davide Manuli

la-locandina-di-beket-88668Per chi scrive l’arte è qualcosa di bello, di completamente inutile ma che prima non c’era. Non so se siano state queste le motivazioni del regista nello spingerlo a girare una fantasiosa variazione a tema sulla opera del drammaturgo Beckett, tuttavia il risultato finale rimane fedele a questo motto.
Mettere in scena la poetica di , dilatarne i tempi, virare sul grottesco e surreale, mantenendo uno linguaggio volutamente criptico, è una scelta che fin dalle intenzioni vorrebbe scavare un solco tra il cinema e il suo pubblico.

il settimo sigillo di Bergman senza gli scacchi e la Morte, ma con la Sardegna e culi scolpiti

il settimo sigillo di Bergman senza gli scacchi e la Morte, ma con la e culi scolpiti

La trama può essere riassunta brevemente in poche righe: due personaggi si trovano in una terra senza tempo, uno di fronte all’altro alla fermata del bus, forse alla ricerca di Godot, la cosa non appare chiara, proprio per via di un ermetismo nel linguaggio, stretto dalla morsa dei silenzi e della ripetitività tipica delle nenie infantili. Nel viaggio appaio figure lunari, come l’agente 06 e 08 (quest’ultimo un cameo di , che appare tramite uno schermo tv) un Adamo ed Eva che sembrano tratti di peso dal “cinico tv” di Ciprì & Maresco, e un mariachi interpretato dalla buon’anima di Roberto “Freak” Antoni, probabilmente l’elemento più anarchico del film per forma e linguaggio, un cantastorie stralunato che strizza l’occhio al cappellaio matto di Syd Barrett. Le sue storie ripetute ossessivamente e in maniera quasi catatonica, prendono a piene mani dai testi di quel piccolo capolavoro dai suoni spigolosi che era Kinotto. Sentire il testo di Sono Buono, scandita in maniera atonale ma cadenzata “oggi ho trovato il giusto tono, sono buono! Sono buono!” con lo sfondo di una sardegna brulla e desolata (nella scena specifica la Miniera di Montevecchio), contribuisce all’effetto alienante, ed è forse il momento migliore della pellicola.

il mariachi Roberto "freak" Antoni

il mariachi Roberto “freak” Antoni

La fotografia in bianco e nero ben si presta a dipingere lo sfondo straniante dove i personaggi vagano senza apparentemente un filo logico, e la Sardegna pietrosa e brulla sembra il teatro più naturale per accogliere le loro storie e le loro rivelazioni monche.

Non mancano poi le citazioni, disseminate durante il viaggio dei due non protagonisti, ma lascio allo spettatore il gusto di andare a pescarle, magari vedendo il film più volte. Alle volte si finisce per finire lungo i solchi tracciati da Wenders, e a volte volte persino Bergman, o ai già citati Ciprì & Maresco, ma il regista Manuli è bravo nel non scimmiottarli, per un film bello, completamente inutile ma che prima non c’era.

Martin Sileno (redattore)

Martin Sileno

collaudatore di illusioni, menefreghista e blogger

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