La crisi, vista in prospettiva

La fotografia in bianco e nero che vedete è il nostro bastione, chiamato Bastione di san Remy, nel 1943, con le scalinate distrutte dopo i bombardamenti. Oggi, 71 anni dopo le cose son cambiate, ma i media continuano a parlare di e la gente a lamentarsi: c’è qualcosa che non va.
Da psicologo il mio lavoro mi impone di vedere le cose in prospettiva, per cui seguitemi, e andiamo.

Leggete cosa mi è successo.

Situazione 1: Incontro un amico per strada e cominciamo a parlare, fermi sul marciapiede. Dopo qualche minuto esce una signora da una porta -più un anfratto, direi- e mi apostrofa dicendomi: “non ha visto che lì c’è una vetrina?”. Mi giro, e vedo questa vetrina alle mie spalle, buia e male arrangiata.
“Sì, quindi?”, le chiedo. E la signora con fare scontroso mi dice che stando lì impedivo alle persone di guardare la sua vetrina,  togliendone la visuale. E se avessi avuto un po’ di senso civico, aggiunge, mi sarei dovuto spostare. “Lavorerà anche lei, in questo periodo, con la crisi che c’è”.
Già, colpa della crisi ora, come sempre, e colpa mia che stavo davanti alla sua vetrina buia.
Situazione 2: incontro una signora sul pullman mentre andavo in studio, e faccio lo sbaglio di chiederle “come va?”. Mi avesse parlato dei suoi problemi, poco male, è il mio lavoro risolvere il problemi delle persone, e invece al di là delle mie aspettative, inizia una terribile lagna sulla crisi e su tutti quei giovani “molti laureati e disoccupati”, che tornano a fare i contadini. “Perché la terra rende sempre”. E giù a dire, in mezzo ad altre persone che annuivano, che la situazione è disperata, che non c’è lavoro, che era meglio quando si stava peggio, che non c’è speranza.
Per un terribile attimo ho pensato di lanciarmi giù dal pullman in corsa e mettere fine a questa vita di sofferenze. Poi ho pensato: ma questa avrà almeno 70 anni e prende la sua comoda pensione senza muovere un dito con la casa e terreni di proprietà, perché si lamenta?
Recentissimo, un gruppo di donne scontente del taglio ai sussidi per le persone meno abbienti, prima manifestano di fronte ai servizi sociali, poi in gruppo si riempiono i carrelli da Auchan ed Ld, uscendo senza pagare. “Spesa proletaria”, l’hanno chiamata i giornali, dipingendolo come atto estremo di rivolta, riscatto proletario da uno stato borghese che taglia i sussidi a chi è già povero.
A ldi là del fatto che la riduzione dei sussidi dovrebbe essere uno stimolo per cercare lavoro e non per rubare, peccato che queste persone, bravissime a organizzare gesti politici con rilevanza penale, non usino le risorse per mettersi insieme e fare impresa: una cooperativa di badanti per persone anziane, o di pulizie, tutte cose che fanno invece le ucraine e non le sarde. Perché diciamocelo, le ucraine hanno lasciato il loro paese per lavorare a qualunque costo, e, a differenza degli italiani, nella loro testa non c’è spazio per la crisi.
La crisi è un fenomeno emotivo e mediatico, un piangersi addosso scoraggiati estremamente contagioso. Porta verso l’immobilità totale, la rinuncia a provarci. Chi rinuncia a provarci perché dà la colpa alla crisi fa un ragionamento circolare che gli si ritorce contro: non c’è lavoro perché c’è la crisi,  c0è la crisi perché non c’è lavoro, per cui non vale la pena provarci. Se ci fermiamo a pensarci è un ragionamento di comodo: se c’è la crisi non mi metto in gioco, non rischio, non ci metto la faccia, non cambio il mio mondo. Aspetto che l’aiuto venga da fuori, che cambino le cose fuori e non dentro di me, e non faccio il minimo sforzo attivo, ma solo passivo della lamentela.

Si parla oggi di crisi, ma se paragoniamo la situazione di oggi con la fine della guerra nel 1945 dove c’era la miseria, Cagliari in macerie, non c’erano telefoni da 700€ né auto, e chi poteva lavorare non stava certo in piazza a parlare della crisi, ma si dava da fare per avere i soldi per comprare il pane (e non rubarlo), capiamo che oggi c’è qualcosa che non va.
Quasi 70 anni fa mia nonna, poco più che ragazzina con un figlio di pochi mesi e un marito morto sotto i bombardamenti -ergo sola- alle 4,30 del mattino prendeva la bicicletta e si faceva chilometri, passando in mezzo ai pascoli di bestiame, per prendere la coincidenza del treno delle 6 che l’avrebbe portata a Senorbì dove insegnava nella scuola elementare. I suoi alunni erano bambini che parlavano solo il sardo, prevalentemente scalzi e sporchi perché in casa non avevano i soldi per comprare il sapone. Nella sua testa non c’era lo spazio materiale per pensare alla crisi, alla miseria, a una vita da ricostruire dalle fondamenta.
Storie eroiche, di forza, di coraggio, di una determinazione incrollabile.
Oggi le persone si lamentano perché i giornali a loro volta proclamano una realtà che non esiste, valori di un debito procapite che non vuole dire NULLA. Leggete qui debito pubblico procapite . Ad Atene, da come ne parlavano i giornali, mi aspettavo la guerra civile, carcasse di auto bruciate per la strada. Ho visto invece sì qualche negozio chiuso, ma innumerevoli aperti, prati ben curati, strade pulite, università, migliaia di turisti, belle auto. Esiste un mercato dinamico che cambia, si evolve, ed è necessario cambiare ed evolversi con esso, restare al passo con i tempi e non fossilizzarsi sulle proprie certezze, essere flessibili.
Eurallumina, nota azienda con sede a Portovesme, ha avvertito la discesa dei prezzi dei metalli nel mercato internazionale già nel 2009, ragion per cui ha messo in cassa integrazione per oltre 1 anno 400 dipendenti. E’ di gennaio 2013 la notizia che deve restituire allo Stato 34 milionihttp://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2013/12/11/news/corte-europea-eurallumina-deve-restituire-34-milioni-1.8283336  In parole povere è una nave che affonda, con tutti i cassaintegrati dentro.
Domanda: perché già a partire dalla fusione russa nel 2006 i lavoratori non hanno fiutato il crollo e non si sono trasferiti nelle altre fabbriche di bauxite situate nel mondo? Australia, Brasile, Cina, India, Jamaica, solo alcune delle nazioni che producono milioni di tonnellate di bauxite. Credo che agendo con un anticipo di 6-8 anni QUALUNQUE operaio specializzato sarebbe in grado di apprendere la lingua -persino in cinese o l’arabo- emigrare in un paese estero e portare i soldi a casa. Ma rappresenta una progettualità, un cambiamento, una crisi (dal greco crisis, cambiamento).
Forse è più comodo continuare a lamentarsi e dire “Manifesteremo anche le nostre più grandi preoccupazioni rispetto a un dibattito elettorale in cui le principali forze politiche si dimostrano lontane anni luce dai problemi e dalle prospettive future dei cassaintegrati, in mobilità e disoccupati del territorio”. Nuova protesta dei cassaintegrati
Aspettando, col solito meccanismo, che le cose cambino partendo dall’esterno e non dall’interno. Ripenso a mia nonna che pedalava per ore al buio su strade bianche per prendere la coincidenza col treno per dare le saponette ai bambini scalzi. Se ci fossero stati allora gli aerei di oggi, chi l’avrebbe fermata?
Alla faccia di chi si lamenta della crisi.
Dott. Delogu (collaboratore)

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1 Risposta

  1. Dimenticavo: si sente ora che anche il Portogallo è in “crisi”: hanno rotto con questa storia, inventatevi un altro scoop per fare notizia, degli intrallazzi interni tra governi non frega niente (quasi) a nessuno.

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